http://youtu.be/_KpZa0nyW-w
Dopo aver evidenziato il link , clicca sul tasto destro e vai alla pagina web.
L’OMBRA del RIMORSO
novella
Anch’essa pubblicata sul Corriere della Sera, il 25 gennaio 1914, per poi essere ripubblicata ne Il Carnevale dei Morti, raccolta di novelle del 1919, edizione Battistelli. Infine sarà collocata in Novelle per un anno, nel volume dal titolo Tutt’e tre.
|
BELLAVITA
atto unico
Portato in scena dalla compagnia Almirante-Rissoni-Tofano al Teatro Eden di Milano il 27 maggio 1927, per poi vedere la luce delle stampe nel luglio dell’anno successivo sul mensile Il secolo XX .
Entrerà nell’edizione definitiva di Maschere Nude soltanto postumamente nel 1937, edizione Mondadori.
|
| La visita di Bellavita, accompagnato dal figlio, entrambi a lutto, a casa del notaio Denora. Introdotti come siamo in medias res, solo gradualmente veniamo a conoscenza dell’antefatto che ha portato ad un tale non desiderato incontro; o almeno tale da parte del notaio. Emerge il sospetto—che solo più tardi riceverà esplicita conferma—che l’avvocato e la signora “Bellavita” abbiano avuto una relazione, conosciuta e tollerata dal marito. | |
| L’avvocato, per liberarsi della sgradita presenza dell’uomo, promette a sua volta una visita che mai farà; motivo che induce Bellavita a tornare più volte presso lo studio di Denora, senza che tra i due avvenga il tanto sospirato incontro. Che a questo punto Bellavita si sia reso conto dell’evidenza dei fatti il lettore lo capisce seguendo i pensieri del personaggio in quella che è un po’ la scena madre della novella, quando egli è seduto al banco del suo caffè in rovina, con le paste ammuffite e insipide come la sua anima, ed evoca l’immagine “viva” della moglie, il rapporto traballante che si era instaurato tra i loro caratteri troppo diversi, e l’equilibrio ottenuto grazie all’intervento della figura del notaio-amante ma anche paciere, che aveva poi anche contribuito all’elevazione sociale della clientela del caffè. | |
| Si passa finalmente all'azione quando l’avvocato inviato dal Denora propone a Bellavita di mandare in un collegio a Napoli il figlio Michelino, ovviamente a spese del notaio che forse ne è anche il padre. L’altalena di sentimenti attraverso cui passa Bellavita inducono infine l’avvocato a parlar chiaro, evidenziando come il suo canino attaccamento copra di ridicolo il suo cliente, soprattutto ora che manca l’altro angolo del triangolo, che presente avrebbe potuto giustificare un tale attaccamento. Spiegazione utile a Bellavita che finalmente definisce la propria linea di comportamento, la vendetta per quelle “corna” che fino ad allora è parso accettare con serena indifferenza: indossando un vistoso abito da lutto, riverendolo ossequioso, pedinerà il notaio proprio come l’ombra, l’ombra del rimorso. Cosicché nel finale Bellavita, rinnovato il locale di nuovo fiorente, vanta a quanti vogliono ascoltarlo il suo modo originale ed efficace di farsi vendetta. |
| I nostri articoli Comunicazione Editoriale |
| Editing II: Come si scrivono le didascalie Nel lavoro di redazione la scrittura delle didascalie ricopre notevole importanza perché, dopo i titoli, sono le parti più lette. Prima della didascalia viene la foto. Si tratta di un primato logico e di comunicazione. La foto si vede prima e cattura l’attenzione più delle parole. Ecco perché ogni discorso sulle didascalie ha senso solo dopo aver esaminato (e scelto) le immagini. Se queste ultime sono deboli, mal tagliate e mal impaginate, banali, anche le didascalie, per quanto ben scritte, avranno i loro problemi. Le immagini sono portatrici di dinamicità ed emozioni, raccontano storie, qualche volta in modo memorabile. Foto e disegni possono anche essere elementi puramente decorativi, estetici, e in questo caso potrebbero presentarsi anche senza la didascalia perché ogni commento sarebbe di troppo. In questi casi è come se l’immagine fosse un’isola, un’emergenza dal mare, senza espliciti “ponti” di testo che la colleghi all’ articolo. Quando l’immagine abbia invece un contenuto informativo specifico la didascalia è importante . Il suo compito è di completare, esaltare – a volte svelare – il messaggio già contenuto nella foto o nel disegno. Scrivere didascalie è un po’ come scrivere per i non-lettori, ossia per coloro che “guardano” o “sfogliano” il giornale. Per questa ragione la sintesi è ancora più importante del solito: l’obiettivo da perseguire è di trasferire il massimo del contenuto con il minor numero di parole possibili. Le didascalie migliori nascono da una ricerca da parte del redattore che non si limita a riproporre contenuti già presenti nell’articolo, ma aggiunge informazione partendo dall’immagine. Così facendo la qualità giornalistica del prodotto finale è più alta. Un buon esempio di questo trattamento del testo e delle immagini-corredate da didascalie è la rivista National Geographic, nella quale lo scrittore e il fotografo raccontano “a due mani” la loro versione di un’unica storia/luogo. L’errore più frequente nello scrivere una didascalia (vedi elenco completo a fine articolo) è quello di sprecare spazio prezioso per scrivere ovvietà. Che quello sia Silvio Berlusconi, lo sanno tutti, che stia stringendo la mano ad un signore, lo si vede. Ecco perché vale la pena scrivere altro, per esempio chi è l’uomo sconosciuto, perché è lì - ossia dove, se non si capisce già dalla foto - e a quando risale la foto. Insomma la didascalia è un’occasione per dire di più, non per ripetere.
I 7 errori più comuni
1. Dichiarare l’ovvio. Descrivere ciò che si vede nella foto e che è evidente a chiunque la guardi è infatti inutile e noioso. 2. Scrivere in didascaliese. Nella foto a destra si vede …. In quella a sinistra …. Si tratta di una sottospecie dell’errore precedente: le didascalie servono per dare informazioni sulle foto, tutti lo sanno, è inutile ribadirlo. 3. Omettere dati significativi o di contesto che permettano di interpretare l’immagine. 4. Essere generici. In una buona didascalia, secondo la scuola americana, si dovrebbe citare il nome del cane, la marca della birra e l’anno di fabbricazione dell’automobile. 5. Essere prolissi. La sintesi è in generale una qualità della buona scrittura, ancor di più nelle didascalie. 6. Cambiare stile da una didascalia all’altra. “Da sinistra a destra, dall’alto al basso … “ sono indicazioni che appesantiscono la didascalia e che possono essere omesse se si ha fiducia nell’intuito del lettore (chi userebbe infatti un altro ordine per elencare nomi?). Ma se si decide di dare questo tipo di indicazioni è opportuno farlo sempre all’interno dello stesso articolo. 7. Sbagliare i nomi. Se capita in una didascalia è più grave. Per evitare errori vale la pena copiare e incollare dal corpo testo… |
|
|
|
|