giovedì 19 luglio 2012

Maria Rosa Marinelli, druda di Angelantonio Masini



Maria Rosa Marinelli





La Basilicata fu più di ogni altra regione  italiana terra di briganti e brigantesse. Là dove più forte fu la fame di terra, fiorì il più importante movimento di rivolta contro la piemontesizzazione dell'Italia meridionale. Tra le brigantesse lucane, ricordiamo Maria Rosa Marinelli, di cui sono stati ricostruiti gli atti del processo per manutengolismo a favore del brigantaggio. Per chi volesse saperne di più, consiglio la lettura del libro La storia del Risorgimento che non c'è sui libri di storia di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo  (Sperling & Kupfer, 2010).
La storia  di Maria Rosa è quella di tante ragazze del Sud, figlie di poveri braccianti. Da questo punto di vista, la sua vicenda costituisce una sorta di paradigma; il tempo di queste ragazze era scandito tra il lavoro nei campi come braccianti d'estate e la tessitura della lana durante l'inverno. Spesso le uniche occasioni di socializzazione erano le feste religiose del paese, dove facevano bella mostra di sé ex soldati borbonici, uomini circondati ad un alone di fascino, accentuato dalla loro divisa azzurro cupo con i bottoni dorati. Bastava uno sguardo  perché scoppiasse l'amore e insieme al nuovo sentimento, l'inizio, per le donne,  di una vita impossibile. Gli ex soldati del Re bomba erano sovente sorvegliati speciali della Guardia nazionale, perché sospettati, e non a torto, di brigantaggio e insieme a loro, le loro donne, che, per sfuggire a una vita di persecuzioni e stenti, si davano alla macchia divenendo drude di briganti. Poteva poi accadere che durante un conflitto armato il capobrigante morisse e la sua donna si costituisse. Giudicata dai Tribunali militari che erano stati istitutiti in seguito alla legge Pica, la donna, riconosciuta colpevole, veniva  condannata ai lavori forzati, dopodiché ritornava alla vita normale , spesso tra onori e riconoscenze. Diversa sorte era riservata agli uomini , come mostrano le numerose foto scattate dai fotografi ufficiali dell'esercito, macabri trofei da esibire come deterrenti contro  il brigantaggio.
Maria Rosa Marinelli era una poverissima contadina di Marsicovetere, dal 1862 druda del capobrigante Angelantonio Masini, terzo tra i massimi ricercati dopo Carmine Crocco e Ninco Nanco. E' con lui quando il 20 dicembre 1864 il brigante viene sorpreso dalla Guardia nazionale nella casa  di un ex manutengolo di Padula. Masini viene ucciso, mentre lei riesce a fuggire saltando sui tetti della case vicine. Costituitasi , verrà sottoposta a processo.
Gli atti del processo, secondo la  ricostruzione fattane nel libro sopracitato, costituiscono un momento di profonda riflessione non solo per quanto concerne la vicenda della donna, ma anche sulle conseguenze che il Risorgimento ebbe nell'Italia meridionale. Attraverso la figura del sottotenente Antonio Polistina, uomo del Sud, ma piemontesizzato, principale protagonista nelle indagine sul caso Marinelli , gli autori stimolano ad una riflessione che si sostanzia nelle parole  del militare : forse non era questo il sogno dell'Italia unita e soprattutto non erano quelli i mezzi per realizzarlo. E con ciò fa riferimento alle malvagità commesse contro i briganti e la popolazione civile in seguito all'emanazione della Legge Pica. Il nuovo stato italiano, infatti, scelse la repressione armata , coinvolgendo in questa lotta fratricida rivoltosi e civili, anzi in particolare  quest'ultimi in quanto fonte  di sostentameno principale del brigantaggio: colpendo la  rete di conniventi, informatori e  rifornitori, l'insorgenza sociale  si sarebbe estinta spontaneamente. 
 Maria Rosa racconta al sottotenente di essere stata perseguitata e infamata, sottoposta alla prova della verginità; racconta della morte del fratello  e del padre, di come rimasta sola fosse stata costretta a seguire il suo uomo, non avendo altra scelta, lei donna del Sud, senza altro futuro se non quello di una vita di stenti e di duro lavoro. Polistina , da parte sua, a poco a poco impara a conoscerla, ad apprezzarne la dignità e il coraggio e a riconoscere, infine,in tanta sofferenza, anche  la responsabilità del neostato italiano.
 Dopo il processo, il Tribunale di Potenza la condannerà a quattro anni di reclusione per "associazione a malfattori, estorsione, sequestro di persona, lesioni". Scontata la pena, Maria Rosa potè sposarsi e vivere nel suo paese, confortata dall'affetto dei suoi paesani.




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